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Le attività formative civili relative a peacekeeping e peace research (Valdambrini, 2008)

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
UFFICIO NAZIONALE PER IL SERVIZIO CIVILE

COMITATO PER LA DIFESA CIVILE NON ARMATA E NONVIOLENTA

 

 


LE ATTIVITÀ FORMATIVE CIVILI
RELATIVE A
PEACEKEEPING
E
PEACE RESEARCH

 

 

 


AUTORE: DOTT. ANDREA VALDAMBRINI

 

TUTOR: DOTT. GIOVANNI SALIO

 



INDICE

Introduzione

1. Origine dei concetti di peacekeeping e di peace research
1.1 Il peacekeeping delle Nazioni Unite
1.2 La Peace research
1.3 Le difese alternative
1.4 Il peacekeeping civile non armato
1.4.1 Esperienze nel mondo
1.4.2 Esperienze in Europa
1.4.3 Esperienze in Italia
1.5 Le definizioni dell'AVSI e dell'ISFOL
1.6 La ricerca "Area umanitaria - Mediatori/mediatrici e Operatori/operatrici di pace"

2. Mappatura delle esperienze formative
2.1 Formazione istituzionale
2.1.2 Corsi di laurea
2.1.2 Corsi post-laurea
2.1.2.1 Master
2.1.2.2 Corsi di perfezionamento
2.1.2.3 Dottorati di ricerca
2.1.3 Corsi brevi
2.1.4 Corsi di enti locali
2.2 Formazione non istituzionale
2.2.1 Istituti privati e agenzie formative
2.2.2 Associazioni di base e ONG
2.3 Centri di ricerca
2.3.1 Centri di ricerca istituzionali
2.3.2 Centri di ricerca non istituzionali

3. Conclusioni

4. Biblio-sitografia
4.1 Documenti delle Organizzazioni internazionali
4.1.1 Nazioni Unite
4.1.2 Unione Europea
4.1.3 NATO
4.2 Il peacekeeping delle Nazioni Unite
4.3 Il peacekeeping civile non armato
4.4 La peace research
4.5 I centri di formazione: sitografia
4.5.1 I centri di formazione istituzionali: sitografia
4.5.1.1 I centri di formazione istituzionali. Corsi di laurea: sitografia
4.5.1.2 I centri di formazione istituzionali. Master: sitografia
4.5.2 I centri di formazione non istituzionali: sitografia
4.6 I centri di ricerca: sitografia
4.6.1 I centri di ricerca istituzionali: sitografia
4.6.2 I centri di ricerca non istituzionali: sitografia

 

Introduzione

Questa ricerca origina dalla volontà del Comitato di consulenza per la difesa civile non armata e nonviolenta di avviare un monitoraggio sulle attività formative civili relative al peacekeeping ed alla Peace research. Si tratta di un compito solo apparentemente facile; infatti, tale studio può essere condotto secondo molteplici punti di vista che rischiano di condurre a conclusioni ambigue se non si premette una chiarificazione di fondo relativa al contenuto delle espressioni che formano il titolo dell'indagine. Si può trovare un consenso immediato sul modo di intendere le «attività formative» dando loro uno spettro ampio (com'è stato fatto), ma già la definizione delle due espressioni chiave del titolo - ossia «civili» e «peacekeeping» - lascia spazio a prospettive diverse, dato che non sussiste ancora una loro interpretazione univoca, come si cercherà di mettere più avanti in evidenza.

Per chiarire i contorni di questa ricerca si è scelto quindi di fare agio sull'ultima espressione chiave - ossia «Peace research» , che è stata qui intesa in modo equivalente (ed intercambiabile) con «Peace studies». In questo studio pertanto la Peace research non costituisce soltanto un oggetto di indagine, ma viene utilizzata anche come chiave interpretativa per definire il senso in cui si vuole intendere l'aggettivo «civile» tanto in relazione alle attività formative, quanto al peacekeeping.

La Peace research, come del resto il peacekeeping, hanno una storia relativamente breve, che origina indicativamente a partire dal secondo dopoguerra. Il peacekeeping - a dispetto del nome - designa nella sua origine un'attività sostanzialmente militare, mentre la Peace research indica i tentativi di dare dignità scientifica agli studi civili finalizzati alla ricerca di alternative alle guerre e all'utilizzo degli eserciti come strumenti di soluzione dei conflitti.

Peace research e peacekeeping non sono quindi espressioni analoghe. Riguardano percorsi con origini diverse ed in parte opposte. In particolare, gli studi per la pace perseguono, fra l'altro, anche l'obiettivo di individuare strategie di peacekeeping civile in senso proprio, ossia alternative alla prassi prevalentemente militare con cui di fatto è stato inteso e condotto il peacekeeping: almeno quello condotto da organismi istituzionali, come ancora si cercherà di precisare più avanti.

La presenza in entrambe le formule del termine «pace» non deve pertanto trarre in inganno. Questa circostanza è fonte di un'ambiguità che va sciolta, dal momento che la Peace research - ed il peacekeeping civile - perseguono la ricerca della pace attraverso strategie di intervento non solo diverse, ma - se non altro, almeno - in parte incompatibili col peacekeeping istituzionale, vale a dire militare. Beninteso, anche il peacekeeping militare - come del resto le azioni militari in genere - è in ipotesi funzionale alla costruzione della pace. Perciò il carattere alternativo dei Peace studies rispetto alla dottrina militare tradizionale di intervento armato nei conflitti internazionali non risiede tanto nell'obiettivo finale - la pace - quanto nei mezzi per raggiungerlo.

Diversamente dalla dottrina militare classica, la Peace research muove da una determinata concezione dei conflitti (su cui in questa sede non possiamo che fermarci in termini genericissimi) e focalizza la sua attenzione sui mezzi pacifici e nonviolenti efficaci per gestirli .
In conclusione, conformemente al mandato ricevuto, in questo studio il peacekeeping è inteso nella prospettiva indicata dalla Peace research: vale a dire attività non armate e nonviolente condotte da civili per la gestione, la trasformazione e la soluzione dei conflitti. Le attività formative sono di conseguenza prese in considerazione in relazione a questa forma di peacekeeping, ovvero se sono promosse da soggetti classificabili nell'area interdisciplinare della Peace research.

La ricerca è organizzata in quattro parti.

Nel primo paragrafo si tenta una ricostruzione storica dei concetti base ai quali abbiamo già brevemente accennato. Si muove dall'origine sostanzialmente militare del peacekeeping di prima generazione, per poi vederne l'evoluzione che, a partire dalla fine del secolo scorso, ha sostanzialmente registrato l'assegnazione di nuovi compiti alla compagine civile, e soprattutto ha visto l'entrata in scena di operazioni a supporto della pace svolte in modo istituzionale da operatori civili (attività che si affiancano a quelle condotte da molti anni in modo non istituzionale da varie realtà del mondo associativo). Vale la pena anticipare che le missioni di peacekeeping condotte da enti governativi e dagli organismi internazionali (in primis le Nazioni Unite) sono ancora fortemente influenzate dalla cultura militare, specie nei contesti di conflitto internazionale.

Per questo l'analisi delle attività formative - oggetto del secondo paragrafo - è stata svolta tenendo ben distinte quelle rivolte ai civili che partecipano funzionalmente e in forma subordinata ad operazioni sostanzialmente militari, da quelle civili in senso proprio, ossia svolte secondo l'approccio orientato alla Peace research, e che pertanto rivestono caratteristiche di autonomia, indipendenza e alterità rispetto agli strumenti tradizionalmente utilizzati in ambito militare. Si distinguerà quindi la formazione «per civili» da quella «civile», con l'avvertenza che nella realtà questa distinzione è assai difficile da praticare in termini netti. Una parte dei corsi, infatti, si presenta in modo ambiguo, poiché, seppure siano indirizzati in maniera più o meno esplicita alla formazione di operatori per la pace, non muove da una preliminare scelta di campo tra i due distinti approcci.

Restano evidentemente esclusi i Corsi espressamente tenuti da strutture militari o rivolti esclusivamente a militari. Ciononostante, si tenga conto che alcuni corsi civili sono anch'essi chiaramente svolti nell'ottica della funzionalità della componente civile a quella militare (come ad esempio il Master in «Peacekeeping and Security Studies» dell'Università di Roma Tre, progettato e realizzato in collaborazione con l'Esercito italiano); altri si ispirano decisamente ai Peace studies (come il Master in «Mediatori dei conflitti - Operatori di pace internazionali» dell'Università di Bologna); altri ancora si pongono lungo una linea di confine dove accanto a contenuti e metodologie ispirati ai frutti della ricerca per la pace (come l'analisi del conflitto, lo studio delle tecniche di mediazione e negoziazione, l'attenzione alle competenze relazionali, ecc.) e spesso insegnati direttamente da Peace researcher o da operatori provenienti dal mondo delle ONG, si incontrano forme di connessione con il sistema militare che, considerata la disparità di risorse economiche e umane effettivamente dispiegabili, si traducono spesso in espressioni di subordinazione alla natura militare dell'approccio ai conflitti (come nel caso del Master in «Human Rights and Conflict Management» della Scuola Sant'Anna di Pisa).

Di fronte a questa incertezza, e data la difficoltà di porre un confine preciso disponendo solo (ed a volte non completamente) di materiali di pubblico dominio (come regolamenti didattici, piani di studi, profili professionali in uscita, partnership, docenti, ecc.), e considerato anche il numero ancora sostanzialmente contenuto delle offerte formative nei campi oggetto della ricerca, abbiamo preferito includere nella mappatura anche le esperienze di formazione non solo dubbie, ma in alcuni casi lontane dall'approccio scientifico della Peace research (con la sola eccezione - già segnalata - dei percorsi di studi indirizzati prevalentemente o esclusivamente al personale militare).

Anche in questo caso sembra utile anticipare qualche risultato dell'analisi condotta in seguito, in grado di offrire qualche elemento sintetico relativo alle maggiori differenze incontrate fra la formazione civile e quella militare (sia se diretta a militari sia se diretta a civili) :

· Sul piano culturale si individuano almeno tre elementi di distanza:

- la formazione militare ammette l'uso delle armi come strumento per prevenire (principio di deterrenza) e per risolvere i conflitti (imposizione della "pace" con la supremazia militare); la formazione civile rifiuta l'uso delle armi e persegue la ricerca di strumenti alternativi e coerenti (nei mezzi e nei fini) con l'obiettivo della pace;
- la formazione militare identifica la pace con la sicurezza (da garantire con le armi) e la mera assenza di guerra (per cui la vittoria militare porta alla pace); la formazione civile identifica la pace con la giustizia sociale e l'assenza di violenza (secondo l'oramai classica tripartizione di Galtung), per cui non è la sicurezza a garantire (in modo coercitivo) la pace, ma la pace a garantire (in modo consensuale) la sicurezza;
- la formazione militare presenta una visione delle relazioni su scala verticale (da cui deriva la rigida impostazione gerarchica del sistema di potere funzionale al controllo delle azioni e alla catena di comando); la formazione civile presenta una visione delle relazioni orizzontale, orientata alla ricerca della partecipazione dal basso, della diffusione del potere, delle strategie di empowerment verso i soggetti oppressi, del metodo del consenso, dell'omnicrazia.

· Sul piano semantico possiamo indicare i seguenti elementi di differenza:

- la formazione militare intende il conflitto come uno stato patologico delle relazioni, ossia un elemento di disordine e di disturbo e perciò una minaccia per la società (da cui l'attribuzione del monopolio della violenza allo stato per il controllo e il contenimento del conflitto sociale e più in generale della diversità, tanto che l'espressione "stato poliziesco" viene intesa come forma di governo autoritaria se non dittatoriale); la formazione civile intende il conflitto come elemento naturale e strutturale delle relazioni (personali, sociali e internazionali), manifestazione della diversità, sintomo e quindi indicatore di un disagio, e per questo risorsa relazionale, opportunità di miglioramento e financo necessità ;
- nella formazione militare il conflitto è inteso in chiave socialmente patologica: va pertanto eliminato e, se necessario represso con la forza, così da riportare uniformità e quindi armonia (sociale); nella formazione civile il conflitto è inteso come un elemento socialmente funzionale: non va perciò represso ma gestito; quando risultasse irrisolvibile, va trasformato utilizzando strumenti nonviolenti (come la negoziazione e la mediazione) e cercando di mantenere integre le forme di relazione (personale, sociale e internazionale), quandanche nelle divergenze.

· Sul piano metodologico i punti di contrasto possono essere sostanzialmente ricondotti a due:

- la formazione militare tende alla semplificazione delle questioni (estremizzando potremmo dire che tende a distinguere i "buoni" dai "cattivi"): si tratta di una necessità funzionale alla capacità di reagire rapidamente. Ne consegue che un trattato di pace ottenuto in tempi brevi grazie ad un terribile attacco aereo si presenta come un successo. La formazione civile tende al contrario ad assumere la complessità come cifra dell'analisi delle circostanze conflittuali. Ciò richiede lavoro in tempi lunghi, dato che per ottenere soluzioni durature è necessario trovare le radici profonde dei conflitti. Ne deriva che un trattato di pace imposto con la forza ma senza affrontare le cause che hanno portato al conflitto, non si mostra come un successo ma solo come una interruzione - più o meno breve - della guerra prima che il conflitto esploda di nuovo;
- la formazione militare è infine tendenzialmente monodisciplinare ; quella civile ha invece un approccio scientifico decisamente interdisciplinare, con un'integrazione tra discipline scientifiche e discipline umanistiche (caratteristica di tutti i percorsi di studio orientati alla Peace research).

La classificazione appena esposta va ovviamente considerata come un primo tentativo di analisi; non va perciò intesa in modo rigido né statico o immutabile. Del resto lo stesso addestramento militare coinvolge oggi temi fino a pochi anni fa assolutamente estranei, come - ad esempio - l'attenzione alle competenze relazionali, specie connesse ad interventi umanitari, o la limitazione dell'uso della forza armata, che a sua volta costituisce un elemento caratterizzante il peacekeeping.

A questo riguardo dobbiamo considerare che la necessità di introdurre competenze tradizionalmente estranee alla formazione militare si scontra con una base culturale radicata e assai risalente nel tempo, per cui alcune attività che oggi formano parte integrante delle operazioni condotte a supporto della pace (come la ricostruzione delle relazioni sociali, oppure favorire il dialogo tra le parti in conflitto, ovvero tessere reti relazionali nella società civile locale, o ancora attivare strategie di empowerment, ecc.) sono in genere svolte con maggiore efficacia e credibilità (per la popolazione locale) da operatori civili piuttosto che da militari in uniforme e armati. Si registra tuttavia una crescente necessità di formazione civile da parte dell'apparato militare (soprattutto relativa all'analisi del conflitto, alle metodologie di gestione nonviolenta delle crisi, all'attenzione alla dimensione psicologica e relazionale degli interventi, ecc.). Non si può ancora sapere se il contenuto nonviolento (da intendere in senso ampio, cioè premesse culturali, saperi cognitivi, metodologie, competenze relazionali) inserito in un sistema formativo strutturalmente violento (ossia che detiene il monopolio della violenza legittima ed è addestrato ad utilizzarla in modo armato), possa generare una sorta di "contaminazione alla rovescia" in grado di produrre effetti a livello strutturale. In altre parole, non si può dire se queste prime contaminazioni porteranno cambiamenti effettivi oppure ne risulteranno assorbite, e quindi neutralizzate. Stanno muovendo i primi passi e si stanno diffondendo corsi di formazione alla nonviolenza per le forze dell'ordine , chiamate per statuto ad un uso non distruttivo della violenza legittima: ma è troppo presto per trarre anche solo le prime conclusioni.

Nel terzo paragrafo tracceremo alcune conclusioni. Anche in questo caso è utile anticipare che la più volte accennata distinzione tra l'approccio militare e quello non armato e nonviolento al peacekeeping, non comporta necessariamente una negazione assoluta della opportunità (o della necessità) di avviare forme di collaborazione tra operatori civili e forze militari sul campo. Va però osservato con nettezza che devono essere sciolte le possibili ambiguità connesse ad una complementarietà di forme di intervento che invece risultano distinte. Bisognerà quindi sperimentare modalità di azione che tengano conto di tali diversità.

A questo riguardo bisogna peraltro precisare che allo stato attuale tra gli operatori civili in zone di conflitto armato esistono diversità di idee e di sensibilità sul ruolo che i militari possono e debbono avere. Va tuttavia osservato che in genere gli operatori civili impegnati con ONG o con altri organismi non istituzionali (enti religiosi, ecc.) rivendicano la loro autonomia ed indipendenza rispetto alle attività ed agli obiettivi delle Forze armate. Tale autoconsapevolezza nasce dalla specificità del mandato e dello stile di lavoro di tali operatori civili, il più delle volte maturato in anni di lavoro sul campo nelle zone interessate, attraverso lo stabilimento di relazioni significative con la società locale conservate anche nell'emergenza di situazioni conflittuali più aspre. Al contrario, la componente militare è invece chiamata quando la situazione è già in stato emergenziale, e le viene attribuito il compito di sedare i picchi di violenza, senza necessariamente connettersi con la realtà locale. Infatti - salvo poche eccezioni - ai militari non è richiesta la conoscenza della lingua locale, né delle abitudini o degli stili di vita della popolazione presso la quale agiscono. Per questo motivo le forze armate si appoggiano per le necessarie attività di coordinamento con la realtà locale sugli operatori civili già presenti, o su altri operatori civili appositamente convocati, cui vengono attribuiti compiti umanitari o assistenziali. Questi ultimi condividono in genere l'approccio militare (come accade ad esempio con il Corpo militare della Croce Rossa). Non si tratta infatti di operatori già presenti sul campo, e pertanto apprezzati dalla società locale per le attività di tipo sociale ed umanitario che hanno svolto e magari continuano a svolgere, che sono allo stesso tempo interpretate come strumenti di gestione del conflitto.

L'ultima parte del lavoro comprende una bibliografia ed una sitografia, cui si rimanda direttamente.


Data ultimo aggiornamento: 06/11/2008




Allegati:

- ricerca Valdambrini 2008 (.pdf)